martedì 15 febbraio 2011

Apocalissi del femminile (1): un omaggio all’identità della donna.

Nell’immaginario primitivo, il femminile ha sempre rappresentato per l’uomo qualcosa di inquietante: esso costituiva l’alterità rispetto all’individuo, all’individuazione, all’ordine inteso come un mondo dai contorni netti e formato da cose distinte e separate; l’intuizione del femminile è stata un’esperienza di un’alterità primordiale, della matrice originaria, ctonia, riferita ai culti della terra, del sangue, della ciclicità. Nel femminile l’uomo primitivo scorgeva l’originario da cui le singole cose sorgono e a cui tendono a reimmergersi, perpetuando il ciclo della vita; tale intuizione caratterizza storicamente le civiltà agrarie, in quanto il ciclo di morte e di vita del seme (il singolo seme che si immerge nella terra madre e muore, permettendo al grembo originario di produrre la vegetazione) viene visto in un’intuizione originaria come manifestazione di femminilità: un’unica immagine raggruppava il femminile e il ciclo della vita. La Grande Madre perciò rappresenta il non-apollineo (non è un caso che nei culti bacchici ci fossero sacerdotesse donne, le menadi), l’unità in cui perdersi, ma soprattutto l’originariamente inquietante: le Erinni sono una manifestazione del femminile legata al sangue, in particolare al delitto di sangue, alla vendetta; sono le implacabili (chiamate anche «cagne»), a differenza degli dei che abitano l’olimpo; sono un’esperienza di ciò che è anteriore alla ragione e alle sue distinzioni – e l’uomo ha sempre letto questo fenomeno come in qualche modo legato all’essenza del femminile. Non si tratta infatti di una caratterizzazione dipendente  da una fase dello sviluppo della civiltà (fase agraria sedentaria, in cui i morti vengono sepolti nella terra, in attesa di una rinascita): si tratta di un’immagine dello spirito umano, che affiora in modo stabile nell’immaginario della civiltà. S. Zizek mostra infatti come tale intuizione del femminile permanga tutt’ora nell’archetipo della femme fatale dei racconti noir della nostra società.
Accanto a tale intuizione archetipica, che definirei per certi versi paganeggiante, vorrei delineare l’immagine del femminile caratteristica della tradizione giudaico-cristiana, servendomi delle analisi di E. Levinas. Il grande autore ebreo studia il fenomeno del femminile, intendendo con tale termine un modo d’essere trasversale rispetto alla distinzione sessuale degli individui (il femminile come fenomeno cioè non è una caratteristica della donna, ma un modo d’essere che caratterizza anche gli individui di sesso maschile); il femminile è un fenomeno di pudore: il femminile è ciò che si ritrae, che si sottrae alla luce; esso è carne, intesa però non come l’impulso vitale, ma come intimità, come concretezza; la casa, l’intimità del focolare è un fenomeno di femminilità, e dimorare è fare un’esperienza del femminile. Il maschile, infatti, è creatività, produttività (anche profondità), ma – scrive Levinas – se nel mondo non ci fosse il femminile, non vi sarebbe concretezza, e il mondo non sarebbe abitabile: il femminile è ciò che rende abitabile il mondo[1]!

Matteo Bergamaschi


[1] Sarebbe interessante poi esaminare nel campo della riflessione cristiana l’aspetto di una femminilità così intesa nella figura di Maria, e ancora di più nella Chiesa, che è madre; forse, la Chiesa come femminilità della creazione è uno stile di abitare il mondo!

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