È chiaro pertanto che uno dei compiti di un autentico femminismo è integrare il femminile come fenomeno originario nell’attuale situazione del mondo postmoderno (sociale, economica, politica, culturale); sarebbe infatti un errore se il ragionamento del femminismo si riducesse a una logica del tipo: le donne devono fare ciò che fanno gli uomini. Quello che infatti non considera è il contesto culturale maschilista: è uno stile, una visione maschilista quella che struttura in gran parte il mondo moderno; esso, è modellato su ruoli maschili (a volte biecamente maschili); se però si argomenta che anche le donne debbono ricoprirli, si sostiene una posizione di questo tipo: non è giusto che solo gli uomini debbano essere uomini, anche le donne debbono essere… uomini! Se lo scopo è semplicemente occupare ruoli da «maschio», questa posizione è una condanna della donna, perché arriva paradossalmente a sostenere: la donna per valere non deve essere donna, ma deve ricoprire i ruoli del maschio, deve cioè essere maschio; è uno snaturamento e una condanna del femminile in quanto tale! Il femminismo non può limitarsi a proporre ruoli maschili alle donne, bensì a riscoprire la positività originaria del femminile (ma del femminile in quanto tale), e a partire da essa elaborare un’esperienza di femminilità per la donna postmoderna (mi colpisce il primo capitolo della Genesi: «maschio e femmina lo creò»; l’uomo non è possibile come fenomeno monolitico, unitario, ci sono originariamente a disposizione almeno due modi d’essere nei quali si dà l’umano, il maschile e il femminile, entrambi originari, entrambi positivi, entrambi a immagine di Dio).
Il ragionamento non può quindi partire da un’«essenza» della donna, poi da tradurre in pratica; questa «essenza» sarebbe viziata dai modelli culturali ora predominanti, cioè maschili; e uno sterile atteggiamento di polemica, si mantiene ancora troppo legato ad essi; contro-il-maschilismo significa sempre in-riferimento-al-maschilismo, a partire da esso. Solo da un’esperienza di femminilità l’autentico femminile può apparire e diventare interessante per il mondo di oggi; ma come può essere possibile questa? Il secondo capitolo della Genesi (www.laparola.net) racconta che la donna è tratta dal fianco dell’uomo, mentre questi dorme. Solo in un’esperienza autentica, solo incontrando una persona che accolga il mio essere (che lo ritenga essere il suo fianco, che lo accolga nella sua «carne»), che lo valorizzi, si dà l’ambiente – la dimora – in cui il fenomeno può manifestarsi, in cui posso essere me stesso; e, a partire da tale direzione, realizzare la propria vita con la propria identità, il proprio «stile» (maschile o femminile che sia!). Perché l’identità è un’avventura, una possibilità, una responsabilità.
Mi si permetta perciò di aggiungere una piccola nota: personalmente, mi sembrano fallimentari (fallimentari perché rientrano nella logica fallace sopra delineata) quei tentativi femministi di cambiare il genere di nomi e pronomi per una equiparazione delle identità. Per di più, si risolvono per la maggior parte nella proposta di ridurre il tutto al neutro: ma il neutro è ciò in cui non posso abitare, ciò in cui non si dà umanità!
Nella lingua infatti sedimenta l’esperienza di un popolo, di una civiltà: partire da essa significa scambiare l’effetto con la causa; bisogna cambiare l’atteggiamento, fare un’esperienza autentica (se fosse possibile!) – sarà poi quest’ultima a trovare la lingua e i concetti che la esprimono al meglio!
Matteo Bergamaschi.
Bibliografia:
M. Eliade, Traité d’histoire des religions, Payot, Paris 1948, trad. it. di V. Vacca, Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, Torino 1957-2008;
E. Levinas, Difficile Liberté, Albin Michel 1963, trad. it. di S. Facioni, Difficile libertà, Jaca Book, Milano 2004;
E. Levinas, Totalité et infini, Martinus Nijhoff, The Hague 1971, trad. it. di A. Dell’Asta, Totalità e infinito, Jaca Book, Milano 1977;
S. Zizek, The Plague of Fantasies, Verso, London-New York 1997, trad. it. di G. Illarietti e M. Senaldi, L’epidemia dell’immaginario, Meltemi, Roma 2004.
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