giovedì 17 febbraio 2011

Apocalissi del femminile (3): Errata corrige

In seguito a uno scambio di opinione con un'amica (grazie Anna), vorrei cogliere l'occasione per precisare alcuni punti sul tema "Apocalissi del femminile", per evitare fraintendimenti. In primo luogo, "apocalissi" indica che ci si occupa di rivelazione, di manifestazione: dove e come può manifestarsi, incarnarsi il femminile - non la donna, ma il femminile come fenomeno, come modo d'essere - nella società e nel mondo postmoderno? Non si sta infatti discutendo sulle libertà della donna: a chi scrive sembra che a tutti gli esseri umani debbano essere garantiti eguali diritti ed eguali possibilità, per cui che una donna possa ricoprire incarichi tradizionalmente e culturalmente "maschili" è un diritto sacrosanto - ma non per una questione di femminismo, bensì più radicalmente di giustizia.
Il punto è un altro: dove si manifesta il femminile, in tutto questo? Il dubbio che animava il precedente intervento, era infatti: in un mondo così strutturato, come può manifestarsi l'alterità del femminile (in un modo, naturalmente, che non subordini la donna, un modo, dunque, ancora tutto da scoprire)? Non si rischia forse di condannarne - in sede teorica - la specificità ("le donne devono fare ciò che fanno gli uomini", che alle mie orecchie suona: "le donne non devono essere donne, ma devono essere uomini, se vogliono contare qualcosa" - messaggio terribile, che ingenera sensi di colpa e complessi di inferiorità, oltre a fraintendimenti con il mondo maschile), e - in sede pratica - di neutralizzarne la concreta manifestazione? Non è forse un pericolo del nostro mondo quello di neutralizzare le alterità, omologando gli individui? Un mondo patologically correct non è forse un mondo inspiegabilmente insipido?

Matteo Bergamaschi

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