I discepoli furono chiamati «cristiani» per la prima volta ad Antiochia, nel I secolo della nostra era (At 11, 26), e oggi viviamo in un mondo che ha il bisogno e il desiderio di ridefinire il proprio volto e la propria identità, per cui è lecito chiedere: perché ci diciamo cristiani al giorno d’oggi?
Infatti, se tracciare la propria identità è uno dei desideri più radicali e più in profondità inscritti nel cuore dell’uomo, esso è al tempo stesso il più esposto al rischio e alla possibilità di una perversione. «Dire io» è quanto di più alto e di più sublime ci possa essere, ma è anche il rischio supremo, la possibilità della violenza, del male radicale. Perché l’«io» ha una duplice possibilità: esso può costituirsi narcisisticamente, come un io gonfio e ricolmo di se stesso; l’io è ciò che cerca famelicamente elementi per colmarsi, per imporsi, di modo che «dire io» significa dire: «non-tu»; il tu, l’egli, l’altro, sono inevitabilmente una minaccia, la possibilità di una smentita; un io siffatto ha bisogno del costante riferimento a un tu cui contrapporsi polemicamente, per negarlo, per inglobarlo, per sottometterlo (sadismo dell’identità). È tuttavia insufficiente una controrisposta nei termini di un’identità debole, che rinunci masochisticamente, anoressicamente a dire io. Oggigiorno, il rischio è quello di definirsi cristiani narcisisticamente, in difesa della propria terra (che il più delle volte si ignora), della propria tradizione (che il più delle volte è posticcia, ricostruita sommariamente a posteriori, strumentalizzata), dei propri interessi economici e politici. Vuol dire che non ce ne importa niente di Cristo. È lo scandalo, ciò che è di inciampo a me e agli altri per credere.
Vuol dire che ci si definisce cristiani spinti da un odio per il diverso, perché ci si sente minacciati, perché si è deboli. Allora Cristo diventa l’idolo che serve a tappare i buchi del nostro fragile narcisismo, le smagliature dell’ipocrisia delle nostre false certezze. Se infatti ci importasse di Cristo, ci importerebbe anche, non solo dei fratelli, ma perfino dei nemici. Non si può essere cristiani perché si è semplicemente conservatori. Non si può usare Cristo per difendere i nostri interessi (quelli che difendevano i loro interessi sono gli stessi che lo hanno messo in croce, e che lo mettono in croce tutt’ora). «Se non crocifiggerete in Cristo le vostre attese, sulle vostre attese crocifiggerete Cristo», ha detto il teologo e vescovo B. Forte.
Perché il cristianesimo non è un’identità. È una responsabilità, e una sollecitudine essenziale. Esso testimonia che la vita è più forte della morte, perché l’Amore è più forte della divisione. La sua prova non consiste nella sicumera con cui si impugna il crocifisso come se fosse una pietra (la lapidazione in nome di Dio!), ma nel fatto che Cristo è morto in croce senza odio, senza rancore, senza maledire. La croce è la benedizione per i nemici che hanno ucciso, per gli amici che hanno tradito, per la folla che è indifferente e per i religiosi che hanno lapidato. Il cristianesimo è una speranza, è un fatto che sussurra la possibilità di volersi diversi, perché c’è lo sguardo di un Padre che vede le cose diversamente, e solo Cristo, quel Cristo che muore in croce in quel modo, manifesta quel volto inaccessibile e insperabile di Dio.
Il cristianesimo è un fatto che inquieta, che fa lasciare. Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli del cielo i loro nidi (Mt 8, 20), e i pagani hanno la loro terra; ma i cristiani
«né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. […] Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. […] Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano»
(A Diogneto).
Per loro non è il rapporto con la terra dei padri a dare senso al rapporto con il fratello – «lascia che i morti seppelliscano i morti» (Lc 9, 60) – ma è l’accoglienza del fratello che dà senso alla terra. Solo ospitando si può risiedere.
E questo è il secondo modo di dire: «Io». È il modo con cui lo dice Dio. Nella Bibbia (Es 3), Dio si rivela come io; «Io sono», JHWH, significa: «io sono con te», «io sono per voi», «io non ho voluto essere D(io) senza di voi».
È chiaro poi che la prassi politica non può lasciarsi infatuare da ideali fumosi; essa non poggia sul regno ideale del dover-essere, ma su quello reale dell’esser-possibile. Ma se non ci saranno uomini che si lascino inquietare dal fatto di un uomo che è morto in quel modo e ha detto quelle cose, dal fatto che altri uomini lo hanno seguito, e hanno dimostrato che vivere così è possibile, la politica resterà sempre una totalità senza porte (senza soglia); essa perpetuerà il narcisismo come prassi battendosi per un’identità chiusa, narcisisticamente compiaciuta, insicura – una forma di autoerotismo). È il regno del male – «è la vostra ora, è l’impero delle tenebre» (Lc 22, 53).
Matteo Bergamaschi
Bibliografia:
B. Forte, Gesù di Nazareth, storia di Dio, Dio della storia, San Paolo, Cinisello Balsamo 1985;
F. L. Ladaria, El Dios vivo y verdadero. El misterio de la Trinidad, 1998, trad. it. di M. Zappella, Il Dio vivo e vero. Il mistero della Trinità, Piemme, Casale Monferrato 1999;
E. Levinas, Difficile Liberté, Albin Michel, 1963, trad. it. di S. Facioni, Difficile Libertà, Jaca Book, Milano 2004.
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