Questo articolo non esprime una posizione politica – è bene chiarirlo fin da subito. Il suo intento è puramente «teorico», pregio o limite che sia. Esso intende svolgere alcune considerazioni, sollevare alcuni interrogativi, in merito all’identità politica, prescindendo da qualsiasi schieramento e fazione. L’interrogativo che ci inquieta nasce di fronte alla dinamica che è venuta a instaurarsi tra i soggetti della scena politica, vale a dire: il deputato come rappresentante dei cittadini, i cittadini come popolo sovrano e l’organizzazione partitica. I partiti infatti sono sorti originariamente come strumenti sussidiari che permettessero il collegamento tra il popolo e i suoi rappresentanti; essi erano un’organizzazione di indubbio valore e di comprovata utilità per permettere al candidato deputato di far conoscere le iniziative che avrebbe sostenuto, e al popolo di dialogare con i suoi rappresentanti, facendo loro conoscere le proprie esigenze e i propri problemi. Da un lato cioè, permanendo ancorati nella società, i partiti formavano ed educavano il popolo; dall’altro, e per la stessa ragione, introducevano nel circuito politico le domande della società, formando inoltre le classi dirigenti. Il ruolo del politico perciò (è la nostra tesi) era determinato strutturalmente in riferimento ad una responsabilità nei confronti del cittadino, non del partito: i soggetti dell’azione politica erano pertanto il popolo con diritto di voto e i suoi rappresentanti; il mandato che istituisce il politico come rappresentante evitava da un lato un atteggiamento paternalistico di questi nei confronti del popolo (infatti doveva rendere ragione al popolo, non sostituirsi ad esso; l’identità del politico comprendeva anche una sorta di «compito» di formazione del popolo: una responsabilità biunivoca, del popolo nei confronti del suo rappresentante, nel momento in cui si lega ad esso tramite elezioni, e del rappresentante che ha un mandato nei confronti del popolo: a lui deve rendere ragione), dall’altro vedeva il politico come soggetto responsabile in prima persona (il cui mandato cioè non era vincolato alla realizzazione di direttive particolari, la mancata esecuzione dei quali comportava la decadenza dalla carica).
Tuttavia, un lungo e complesso processo ha portato a un cambiamento significativo e complessivo (cioè in modo indipendente dall’orientamento particolare del partito: è un’evoluzione «trasversale», «complessiva» appunto) di tale dinamica: il partito ha cominciato a diventare il soggetto delle decisioni politiche, introducendosi nella relazione di responsabilità biunivoca che legava popolo e rappresentante, e sostituendosi al singolo politico come attore del processo decisionale; i partiti, cioè, hanno cominciato ad essere loro gli agenti, al posto del rappresentante eletto. A mio parere, non si tratta tanto di interrogarsi se ciò sia un bene o un male: innanzitutto è un fatto, un evento, del quale però si vogliono sottolineare alcuni aspetti, alcuni esiti. Nella misura in cui il partito diventa l’agente della decisione, il deputato viene ad avere un vincolo oltre che con il cittadino, con il suo partito; perde cioè in qualche modo quella responsabilità diretta e immediata con il popolo, ed essa viene trasferita al partito; quest’ultimo però non ha nei confronti del popolo quella responsabilità così schietta e immediata del singolo rappresentante, bensì solo mediata; nella misura in cui il partito non ha un volto, non ha nemmeno una responsabilità, per cui il popolo da sovrano, diventa in qualche modo «elettore»: esso è ciò di cui il partito ha bisogno per affermare… se stesso, e a una logica di rapporti qualitativi tra popolo-partito-rappresentante, se ne sostituisce una quantitativa: il rappresentante è strumentalizzato dal partito – deve cioè stare alle sue direttive (è rappresentante del partito e non del popolo) – mentre il popolo è visto utilitaristicamente come la base elettorale di cui i partiti hanno bisogno per affermare se stessi.
Ora, è chiaro che questa è una semplificazione: le cose non sono come qui si è detto; si è cercato però di rappresentare, attraverso un’astrazione (che è per essenza inadeguata) una dinamica in atto storicamente – una dinamica reale. Essa porta ad un’esautorazione degli agenti personali (i rappresentanti e i cittadini), e ad una creazione di una sfera intermedia tra di essi (il mondo dei partiti) – sfera che però assume sempre maggior potere, forza e incisività (questo è un fenomeno tipico della modernità, che vorremmo analizzare in altra sede). Nella misura in cui tale sfera intermedia è neutra, non personale, non responsabile (meglio: ha la tendenza alla non-personalità e alla non-responsabilità), fa sì che una forza – che può essere un singolo uomo d’azione, una lobby, un’impresa… qualsiasi cosa che abbia potere e che sia animata da un interesse, di destra o di sinistra che sia – possa imporsi sfruttando tali concrezioni intermedie come suoi strumenti; se non si deve rendere ragione, se non si deve rispondere immediatamente, si è ridotti a funzionari neutri, a strumenti, potenzialmente sfruttabili e manovrabili da una forza (economica, militare, finanziaria, mediatica…). I partiti sono esposti al rischio di diventare feudi, espressioni di poteri particolari, e non rappresentanti impegnati a rispondere del bene comune. E questo non è un problema di destre o di sinistre: non è nemmeno un problema della politica, ma un problema nostro, di come intendiamo realizzare la nostra umanità in quelle sfera alta e sublime che è la politica, il servizio al bene comune.
Non ci sono infatti ricette strutturali che portino ad una soluzione meccanica del problema (il problema infatti è di responsabilità!); occorre tener presente però che ci sono alternative, che in passato ci sono state proposte diverse. La vera questione perciò è di impegno del singolo nel tessuto in cui è inserito, del singolo come cittadino co-sovrano (e non come mero elettore), e del singolo come co-rappresentante (autonomo da mandati partitici ma anche da mandati specifici e vincolanti da parte del popolo, per cui non c’è un mandato condizionato dall’attuazione di compiti specifici o particolaristici), entrambi impegnati allo stesso titolo, nella stessa responsabilità, ma con mansioni diverse per il bene comune. Senza responsabilità infatti il partito è solo una parte, una partizione della società, un rappresentante di interessi egoistici; è chiaro infatti che ogni singolo ha una sua idea particolare e degli interessi particolari; ma nella misura in cui essi vengono inseriti in una prospettiva di responsabilità, non portano a chiusure, ma diventano il punto di partenza per una collaborazione al bene comune – liberi da logiche e discorsi puerili di destre o sinistre di sorta! Solo con la responsabilità: altrimenti, chi ha più soldi, chi ha più potere, chi ha più visibilità imporrà semplicemente se stesso, facendo della comunità il mezzo del suo godimento: è pensabile qualcosa di più distante dalla politica? Responsabilità: difficile libertà! Libertà adulta!
Matteo Bergamaschi.
Bibliografia:
R. Gatti, Filosofia Politica, La Scuola , Brescia 2007.
Nessun commento:
Posta un commento