“In nome della Lingua. Antropologia di una minoranza” è il titolo di un bel saggio pubblicato nel 2007 da Valentina Porcellana*. Si tratta di una ricerca, non linguistica ma antropologica e sociale, sulle Valli Francoprovenzali del Piemonte**. L’argomento mi sta molto a cuore, visto che il territorio a cui si fa riferimento è quello in cui vivo, e di cui sono originario. Torneremo sicuramente sull’argomento, ma ora non mi interessa analizzare la questione nello specifico. Mi limito a rubare il titolo del libro, e a tenerne presente il messaggio fondamentale: la lingua ha il potere di fondare l’identità.
Le lingue minoritarie hanno un ruolo imprescindibile nella maggioranza delle questioni identitarie. Certo, non tutto il fenomeno può essere ridotto a questo.
Ci sono anche costruzioni dell’identità che si basano sulla religione (come è avvenuto nell’area di lingua serbocroata, con la dissoluzione della Jugoslavia), o su antiche appartenenze politiche (per esempio i “neoborbonici” del Sud Italia), o ancora sulla lettura di alcuni precisi eventi storici. Quest’ultimo è il caso di alcune valli alpine del Piemonte, come l’Ossola o la Valsesia, che per molto tempo hanno preteso forme di autonomia, ispirandosi alle Repubbliche partigiane sorte in quei territori durante la Resistenza.
Questo non toglie nulla, tuttavia, al fatto che la stragrande maggioranza dei nuovi nazionalismi sorti in Europa, dalle Fiandre alla Catalogna, passando per i Paesi Baschi e la Bretagna, abbiano un carattere marcatamente etnico-linguistico. E forse non è un caso che queste costruzioni identitarie sono spesso quelle che hanno un maggiore successo. Basti pensare alla Catalogna, la cui esistenza come nazione, seppur all’interno dello Stato spagnolo, è ormai pacificamente accettata dalla maggioranza dell’opinione pubblica mondiale.
Quando, negli anni ’70, hanno cominciato a sorgere i movimenti di stampo identitario, si è trattato in buona parte di un fenomeno di “ecologia” culturale, e soprattutto linguistica.
Cosa intendo dire con il termine “ecologia”? Nello stesso periodo si sviluppavano i primi movimenti ambientalisti militanti, e l’opinione pubblica scopriva un nuovo problema: la necessità di salvare il mondo dai danni, effettivamente reali e verificabili, dell’attività umana.
Davanti allo sgretolamento della fiducia nel progresso, la necessità di ritrovare un legame con il mondo naturale, fu ben presto trasportata anche nell’ambito della cultura umana. Si comincio a definire l’insieme delle attività culturali dell’uomo come “patrimonio immateriale”.
Gran parte della filosofia ambientalista si basava sul concetto di ecologia, che significa innanzitutto la salvaguardia delle specie animali e vegetali. E’ necessario salvare dall’estinzione il maggior numero possibile di forme di vita. Esse sono, in quanto tali, una ricchezza, e costituiscono un patrimonio di inestimabile valore.
Trasposta in termini culturali e antropologici, questa concezione si traduce nella difesa di ogni forma di cultura, in quanto determinazione particolare dell’attività, materiale o immateriale, umana. Non c’è alcuna differenza, in quest’ottica, tra la cultura letteraria italiana, o la tradizione contadina del Salento. La filosofia di Cartesio non ha un valore superiore alle leggende popolari della Bretagna. E’ tutto posto sullo stesso piano come patrimonio dell’umanità.
Il segno più importante ed evidente di una cultura è la lingua. Nasce quindi un estremo interesse per le lingue regionali, e le loro varianti locali. Cade definitivamente il pregiudizio secondo il quale la cultura letteraria sia migliore adele espressioni orali. Da un punto di vista oggettivo il Francese e l’Italiano non sono di per sé superiori al patois francoprovenzale di un qualsiasi villaggio valdostano.
Quando la questione identitaria cominciò a prendere “una brutta piega”, come si usa dire, le lingue minoritarie diventarono, a volte, il fondamento di nuovi piccoli nazionalismi.
In senso letterale, una minoranza linguistica è costituita da un certo gruppo di persone, che parlano una lingua diversa da quella dello Stato Nazionale in cui vivono.
E’ facile capire l’ambiguità di questo discorso. Solitamente chi parla una lingua minoritaria, nell’Europa contemporanea, non è alloglotto nel vero senso della parola. Nell’Italia del ‘900 chi parla una lingua regionale conosce altrettanto bene l’Italiano, e non si può dire che non sia italofono. Lo stesso vale per regioni francesi come la Provenza o la Bretagna, o addrittura per i Paesi Baschi spagnoli. Al limite si potrebbe parlare di bilinguismo o di diglossia, e di minoranze linguistiche, in senso stretto, ne esisterebbero davvero poche. Per esempio il Sud-Tirolo in Italia.
Gli identitari riuscirono a superare questo problema in una maniera, per certi versi, geniale. Semplicemente ribaltarono il pregiudizio che contrapponeva la lingua letteraria alle parlate locali. A questo punto la divisione non è più tra “lingue” e “dialetti” (termine usato tradizionalmente, e spesso a sproposito, in senso dispregiativo nei confronti delle parlate locali), ma tra lingue naturali (cioè i “dialetti”), e lingue d’imposizione, o di Stato, vale a dire le lingue nazionali.
Le lingue naturali hanno di per sé un significato positivo e sono l’unica espressione autentica dei popoli che le parlano. Invece le lingue nazionali si riducono ad una simbolo di colonizzazione culturale e linguistica, esercitata delle borghesie cittadine sulla popolazione contadina. Con buona pace di Dante, di Cervantes o di Shakespeare. In Italia, per via della sua particolare situazione culturale e linguistica, tutto ciò ebbe un significato e un’evoluzione del tutto particolari, di cui mi occuperò nei prossimi post.
Il lettore intelligente capirà come questa visione sia tanto assurda e distorta quanto quella che, al contrario, disprezza le lingue regionali come fenomeno esclusivamente folkloristico. Ancora una volta ci ritroviamo a constatare come l’identitarismo, se portato alle sue estreme conseguenze, arrivi a conclusioni sinistramente simili ai nazionalismi che ha tentato di giustamente di combattere. Il problema non è il sentirsi italiani o piemontesi, oppure francesi o bretoni. Il problema è capire che la cultura – e la lingua in modo particolare - ha un valore positivo se serve ad abbattere i confini che ci sono, e non a costruirne di nuovi. Solo se si parte con il presupposto di unire le persone grazie alla condivisione delle differenze, costruendo un mondo di mille colori, la riscoperta delle identità e delle lingue locali può avere un ruolo positivo. Altrimenti rischiamo di chiuderci in tanti piccoli angoli grigi e mediocri, che renderanno il mondo un posto ancora peggiore di quello è attualmente.
Carlo Pallard
* Valentina Porcellana. In nome della Lingua. Antropologia di una minoranza. Aracne Editrice, 2007.
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