venerdì 11 febbraio 2011

La difficile identità: l’Occidente e i suoi vicini.

Che cos’è l’Occidente? Questo il titolo del saggio di Philippe Nemo. A detta dell’autore, l’identità occidentale è segnata da cinque «eventi»; l’identità occidentale non è dovuta al permanere di un’essenza fissa e sottratta al corso del tempo, bensì a delle configurazioni storiche che si sono succedute, a delle conquiste umane che, sovrapponendosi e intrecciandosi, hanno configurato la fisionomia di quella penisola dell’Asia che è l’Occidente. L’essenza dell’Occidente è contingente, fortuita, in qualche modo.
Occidentale è l’aggettivo che si applica ad una cultura nella misura in cui essa è configurata da:
1)      l’eredità greco-classica, che scopre la polis di cittadini liberi e uguali, che possono partecipare in prima persona alla vita della cosa pubblica, e la scienza (in particolare la geometria e la filosofia); tale attitudine scientifica caratterizzerà da allora tutte le civiltà che potranno dirsi occidentali;
2)      l’apporto romano: all’eredità greca si sovrappone la sensibilità romana, con l’elaborazione del diritto privato; c’è una tutela giuridica dell’individuo che è anche una difesa della sua proprietà privata;
3)      la fede giudaico-cristiana, che garantisce la dignità di ogni essere umano; il fatto che la Salvezza venga nella storia, sia un evento storico e orienti la storia verso una meta, suggerisce a tutte le future culture occidentali la possibilità di agire nella storia per modificarla, con progetti politici; è la possibilità dell’utopia;
4)      la «rivoluzione papale» dell’XI-XIII secolo: è questa mediazione «latina» che fonde originalmente l’eredità della Grecia, di Roma e del messaggio cristiano in una miscela unica; compare il fenomeno dell’umanesimo, l’eredità classica è filtrata ed elaborata in modo originale, a partire dal primato della persona e in vista di una possibile azione nella storia;
5)      il tutto culmina nelle democrazie liberali, che si avviano verso una situazione di pluralismo (inizialmente religioso, tra Cattolici e Riformati), di specializzazione del sapere, ma soprattutto di economia di mercato, caratterizzata dal libero scambio.
Ecco, la successione di queste epoche storiche ha reso possibile quella fisionomia unica e contingente che è l’Occidente. Naturalmente sorgono numerosi problemi: la civiltà occidentale ha avuto un’espansione notevole a livello geografico, esportando il modello delle democrazie liberali in paesi che non hanno seguito quel lento percorso che solo in Occidente ha permesso il loro emergere; tali paesi sono da considerarsi occidentali? Si tratta di una ricezione puramente estrinseca? O della possibilità di una «personalizzazione» dell’identità occidentale, dell’emergere dell’identità di paesi che troveranno la loro via nel confronto con il mondo occidentale?
Inoltre, è solo l’Europa occidentale che ha seguito tale percorso nella sua interezza: quali rapporti vi sono tra Europa e Occidente? Si identificano? Che dire dell’Europa orientale, di quella che si potrebbe definire l’anima greco-ortodossa dell’Europa? Essa infatti non ha conosciuto quella specifica mediazione papale che ha gettato le basi della successiva svolta liberale; e tuttavia, si può pensare ad un’Europa amputata del suo «polmone» orientale, slavo-ortodosso?
In che senso poi si assume che anche gli Stati Uniti facciano parte del mondo occidentale allo stesso titolo dei paesi dell’Europa? Gli Stati Uniti infatti sono da un lato il trapianto di una matrice europea, che ha poi realizzato in modo autonomo alcune tendenze tipicamente europee, portandone alcune agli estremi livelli; tuttavia non hanno mai avuto una monarchia nazionale come gli stati europei, ma soprattutto «difettano» di un passato specificamente latino-cattolico. Nemo, a mio parere, non sottolinea adeguatamente come l’attenzione alla dignità dell’uomo, da garantirsi attraverso una prassi politica, sia stata la matrice delle sinistre europee – che costituiscono un fenomeno estraneo all’essenza americana, la quale non ha avuto delle sinistre paragonabili a quelle del Vecchio Mondo. Se dunque a livello di senso comune non si può certo escludere l’America dall’Occidente, risulta problematico il loro rapporto con il Vecchio Mondo proprio a questo livello; l’«assenza di sinistre», che a mio parere può essere la spia di un’originaria «assenza della mediazione cattolica», parrebbe la ragione del liberalismo sfrenato degli USA, del capitalismo estremo come fenomeno americano ma di per sé non europeo, anche se la sua diffusione su scala mondiale richiede di ripensare il liberalismo europeo, per una maggiore mobilità, ad esempio, degli operai, per una precarizzazione del lavoro, che costituisce una risposta più consona (ma ancora occidentale?) al tardo capitalismo.
Che dire poi della Russia? Essa guarda alla vicina Europa, difettando, rispetto allo schema di Nemo, non solo della mediazione cattolica – scarsa anche negli USA – ma soprattutto di quella fase liberal-borghese-industriale che invece accomuna Vecchio e Nuovo Mondo. E i paesi islamici? Sicuramente non sono stati caratterizzati dall’insieme degli eventi delineati da Nemo, d’altro canto sono stati – in particolare la Turchia – gli interlocutori privilegiati dell’Occidente: possono dunque, nella misura in cui si orientano verso il sistema della democrazia liberale, rappresentare i «buoni vicini» dell’Europa, assieme alla Russia, e agli USA, i fratelli minori del Vecchio Mondo?

Matteo Bergamaschi


Bibliografia:
P. Nemo, Qu’est-ce que l’Occident?, Presses Universitaires de France, Paris 2004, trad. it. di D. Piana, Che cos’è l’Occidente?, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009.

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