Il grande politologo statunitense S. P. Huntington, nel suo celebre Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, ipotizza che il nuovo assetto complessivo del pianeta sia caratterizzato dal confronto sempre più serrato tra alcune grandi civiltà, tra cui quella occidentale, quella islamica, quella sinica, indiana, ecc. La novità della situazione attuale consisterebbe tuttavia nel fatto che le nuove identità non si plasmerebbero più in riferimento a basi ideologiche, come nella passata Guerra Fredda, ma neppure in base a dinamiche e interessi esclusivamente economici. Niente paesi liberi contro il comunismo sovietico, ma neppure niente ricchi contro poveri: le nuove identità saranno plasmate in base a riferimenti culturali, nei quali la religione assumerà un ruolo di sempre maggior importanza. Sarà la cultura a determinare, almeno in certa misura, la vita economica di una civiltà.
Senza aver la pretesa di avanzare una critica nei confronti dell’insigne studioso, si vorrebbe nondimeno sollevare un dubbio: come può simile prospettiva adattarsi alla situazione dell’Occidente, che si vede disunito sul piano dell’azione politica, e che per di più vede il sorgere a livello locale di reminescenze particolaristiche (vorrei ricordare quelle che più da vicino sembrano interrogare la nostra società: oltre alla Lega Nord che propone una presunta identità padana, vi sono movimenti di riscoperta dell’identità arpitana e occitana, così come movimenti di indipendenza del Veneto, i cui membri si considerano veneti e non italiani – il tutto unito ad una grande revival per i dialetti e le tradizioni locali). Non si vuole certo entrare nel merito delle singole realtà, si vorrebbe solo capire come può un simile scenario locale (le cui reali proporzioni vanno però accertate) rapportarsi ad un panorama globale dominato da grandi entità culturali, in grado di abbracciare – è il caso della civiltà islamica – un territorio che dal Marocco si estende fino alle Filippine. Perché l’Occidente – in particolare europeo – sembra faticare a rapportarsi alle altre civiltà come un blocco di uguale compattezza? Perché non emerge una parallela e fiera identità occidentale «complessiva», in grado di replicare alle grandi identità che dominano l’attuale panorama mondiale, ma si assiste anzi al proliferare di numerose microidentità sul territorio europeo?
In primo luogo, penso che l’Occidente non possa presentarsi attualmente come la civiltà assolutamente vincente sul piano militare ed economico; non riesce più a farlo, e tale incapacità, specialmente se confrontata con un passato glorioso, induce insicurezza a livello globale, sul piano delle civiltà, con conseguente ripiego sul locale. Per di più, l’Europa deve fare i conti con un secolo di declino a livello di prestigio, tutto a favore dei «colleghi» statunitensi. Inoltre, se le altre civiltà possono contare su di una comune base culturale non solo come comun denominatore, ma come fattore strategico di unità, l’identità europea fatica a trovare un analogo «motore», stentando notevolmente a delineare il proprio profilo culturale comune; se per di più è la religione che può rappresentare l’elemento vincente, non occorre andare troppo lontano per vedere quanto stenti l’Europa a rapportarsi alla sua tradizione religiosa. Questo, si badi, non costituirebbe ipso facto un limite, mentre sarebbe una tara consistente nella misura in cui, secondo Huntington, sarebbe la religione l’elemento decisivo per l’identità di una civiltà. Insomma: il passato particolaristico dell’Europa è per il Vecchio Mondo sempre più seducente, e più frequente l’adagio di un passato migliore che i discendenti di Adamo si tramandano dai tempi della cacciata.
A differenza di altre civiltà, l’Occidente stenta a identificarsi con un suo stato guida: l’Europa difende fieramente la propria «superiorità» intellettuale e morale nei confronti degli Stati Uniti e del loro primato militare ed economico, mentre i vari stati europei non solo non si allineano puramente e semplicemente alle linee americane, ma non presentano una situazione compatta neppure al loro interno. Da un lato, il problema europeo consiste nella crisi dello stato moderno: esso, si badi, è strutturalmente espansionistico, ma non universalistico. Mirava cioè all’espansione della propria influenza, della propria base e del proprio potere, ma senza potere e volere costruire uno stato universale. Lo stato moderno europeo perciò è stato un rafforzamento del particolarismo nel continente, e le guerre mondiali che l’hanno lacerato, ne hanno indebolito la struttura economica autonoma (e senza base economica non ha più potuto nemmeno sollevarsi sul piano culturale e politico), senza saper offrire una reale alternativa in grado di raccogliere l’eredità europea e fronteggiare la sfida di pensare altrimenti la propria identità. Questo vuoto, lo ha reso da un lato succube degli Stati Uniti o dell’Unione Sovietica, lasciando dall’altro irrisolta la questione della propria identità. Il tutto unito a una sorta di probabile rigetto nei confronti dello scenario globale: proprio quei paesi che hanno reso possibile, con il colonialismo e con il sistema economico che andava sviluppandosi fin dal tardo medioevo (basato sulla vincente indipendenza fra iniziativa economica e iniziativa politica), uno scenario globale – che coincide con il globo intero, con la perdita di un orizzonte di ignoto – ne subiscono ora gli effetti disastrosi, dovendo cedere il passo ad altri soggetti politici e culturali ora in grado di rispondere meglio alla sfida lanciata: è naturale perciò l’inversione simmetrica di tendenza.
Tutto ciò però non deve farci indulgere in una compiaciuta autocommiserazione, né ad un ripiegamento forsennato – patologico – su microidentità di dubbia portata: ci deve servire a ricordare (mentre si continua a partecipare alla vita politica del proprio paese e della propria «civiltà») che il problema dell’identità è un problema di responsabilità; fare i conti con il proprio passato nella misura in cui esso può diventare uno strumento di accoglienza e di ospitalità per «abitare la terra»: coltivare, custodire e ospitare.
Matteo Bergamaschi.
Bibliografia.
S. P. Huntington, The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, 1996, trad. it. di S. Minucci, Lo scontro di civilità e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano 2000.
Il post, Matteo, è davvero molto interessante. Lancio però una provocazione. Siamo sicuri che le altre realtà come l'Islam, siano poi così compatte? Io sinceramente penso di no. Secondo me è forse l'idea globale di uno scontro di civiltà ad dover essere riscritto. Semmai c'è uno scontro di identità, con confini molto incerti e gli attori in gioco variabili. Sicuramente ne vedremo delle belle.
RispondiEliminaCarlo Pallard
TI ringrazio del commento, e vorrei aggiungere solo che la tesi di Huntington consiste nel sostenere che oggi le relazioni fra i paesi non avvengono in primo luogo secondo dinamiche economiche, finanziarie o ideologiche: i paesi cercano di ridefinire gli equilibri definendo prima di tutto la loro identità culturale, e recuperando in particolare il ruolo della religione nella definizione di essa. le identità emergono ora come fattore preponderante, per cui penso che una realtà complessa come quella dell'Islam, condivide in primo luogo una stessa religione; è ora il tempo in cui essa diviene un fatto decisivo per la definizione dei paesi islamici.
RispondiEliminaMatteo Bergamaschi