L’imperatore Giuliano l’Apostata (IV sec. d. C.) decise che avrebbe soppiantato il cristianesimo reintroducendo i culti pagani; ma il grande imperatore si vide nondimeno costretto a modificare il paganesimo là dove il confronto con il monoteismo si faceva più spietato: i pagani avrebbero dovuto costruire un sistema che garantisse i servizi di carità paragonabile a quello cristiano. I termini della questione paganesimo-monoteismo sono questi.
Si pensa che in origine, alla soglia dell’epoca storica, i fenomeni religiosi fossero sorti come culti orgiastici di celebrazione della vitalità: l’uomo che durante il giorno ricopriva l’ingrato ruolo di lavoratore, al servizio dei ritmi della produzione e dei ruoli sociali in cui era incasellato, si liberava dal peso della propria vita «proletaria» reimmergendosi periodicamente in un festino sacro; la cerimonia aveva il compito di riportare in atto il tempo primordiale che precedeva il sorgere delle divisioni sociali e delle fatiche legate al sostentamento individuale e del nucleo famigliare; illo tempore: prima della divisione sociale ma anche prima dell’individuazione. Il cittadino che partecipava a questi culti era perciò invitato a smarrire la propria individualità, per immergersi in questo fluire di energia primordiale che avrebbe conferito vigore all’intero ciclo vitale, permettendo ancora una volta il sorgere di un mondo ordinato e disciplinato dal calderone del caos e della forza. Da tale caos affiorano, insieme al cosmo, anche gli dei, ipostasi dell’essenza del mondo, molteplici come la ricchezza di esso, e garanti di questa primordiale dinamica: dal caos energetico (una primordiale physis incandescente) all’ordine di un cosmo provvisorio, che dovrà mantenere i contatti con il primordiale sfondo indistinto per sopravvivere rigenerandosi. Accedere al sacro primordiale e indistinto: tale il compito delle prime forme di religione.
Quale dunque la differenza con il monoteismo? Esso non è una semplice variazione sul tema del sacro: il monoteismo abramitico pensa in maniera congiunta il rapporto con Dio e il rapporto con il prossimo, e questo è la radice comune di ebraismo, cristianesimo e islam, e la perenne sfida che essi lanciano a tutti i tipi di paganesimo, antichi e moderni che siano. Per il monoteismo cioè la relazione con Dio passa per un rapporto con l’altro uomo, include la relazione con l’altro come momento essenziale. L’islam annovera nei suoi cinque pilastri l’elemosina, zakat; l’ebraismo ricorda come il vero culto a Dio è la giustizia, con particolare riguardo all’orfano, allo straniero e alla vedova, cioè a quelle categorie che sono più di tutte esposte al rischio e alla violenza, mentre il Cristo afferma: «Da questo sapranno che siete miei discepoli: se vi amate gli uni gli altri» (Gv 13, 35). Non è pensabile un rapporto con Dio senza servizio al fratello, specialmente al più bisognoso. E tale è un momento «strutturale» nei tre monoteismi abramitici, strutturalmente assente dalla dinamica pagana; questa è caratterizzata piuttosto dal «misticismo», che è affermazione del sacro in cui reimmergersi. Ma il sacro è per sua natura violento (E. Levinas), perché non prevede una relazione etica con l’altro uomo: anzi, prescrive di obliarla. Nel momento della reimmersione nell’originario vitale, si smarrisce la propria individualità, così come quella dell’altro, a favore di un’unità più grande che si afferma al di sopra delle individualità in gioco, a loro discapito; il sacro cioè distrugge sempre, annienta la particolarità, ma annienta anche l’altro, sommerge qualsiasi tipo di alterità. Il sacro è essenzialmente violento: il sacro è totalitario, la vittoria del neutro sul volto.
Il santo invece è accoglienza dell’Altro. Il monoteismo è l’affermazione dell’ospitalità del diverso, l’affermazione incondizionata del suo valore, della dignità del particolare. Esso non distrugge, non sacrifica, ma afferma l’irriducibile responsabilità nei confronti della dignità dell’altro uomo, e di tutto ciò che vi è di umano. La fede monoteistica è sempre anche una sollecitudine nei confronti dell’altro, del suo volto e della sua carne – e si badi: il tutto prescindendo dalla reale portata veritativa dei monoteismi in questione! Credere in un solo Dio perciò è rifiutarsi alla tentazione di fare piazza pulita per ricominciare daccapo: è ripartire ogni giorno dalla concreta situazione in cui ci si trova, costruendo storia con i volti concreti in cui ci si imbatte: l’orfano, il povero, la vedova e lo straniero. Come Abramo che, alla querce di Mamre, alza gli occhi e vede tre uomini nel deserto; subito si alza, va loro incontro, li invita a rinfrescarsi, e, fattili riposare all’ombra, prepara per loro da mangiare (Gn 18). Contro l’eterna tentazione di rinunciare alla fatica della responsabilità, contro l’eternamente seducente paganesimo che invita a deporre la propria individualità, per la via più corta – che è pur sempre la via della violenza.
Matteo Bergamaschi
Bibliografia:
H. Arendt, The human condition, University of Chicago , 1958, trad. it. di S. Finzi , Vita activa. La condizione umana, RCS Libri, Milano 2009;
E. Levinas, Difficile Liberté, Albin Michel 1963, trad. it. di S. Facioni, Difficile libertà, Jaca Book, Milano 2004;
J. Patočka, Kacířské eseje o filosofii dějiin, Jan Patočka heritors, 2002, trad. di D. Stimilli, Saggi eretici di filosofia della storia, Einaudi, Torino 2008.
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