Le prime civiltà hanno elaborato in simboli le intuizioni fondamentali della vita, racchiudendovi la conoscenza del mondo, dell’universo, delle relazioni sociali, l’apporto del Desiderio e del godimento; fra questi simboli primordiali ce n’è uno che spicca per la sua particolarità: si tratta della cosiddetta «vagina dentata». Non si tratta di un contenuto osceno o banalmente pornografico, bensì di un’intuizione dall’altissimo potenziale sintetico, che integra il dramma dell’incontro con l’Altro, l’eccesso del godimento (inteso psicanaliticamente come momento «strutturale» del soggetto), le proiezioni fantastiche e le immagini che il soggetto elabora e attraverso le quali si rapporta alla realtà (pensiamo ad esempio a quante immagini sovrapponiamo ad una donna o un uomo quando ci innamoriamo di lei/lui: in verità tale investimento fantasmatico caratterizza ogni nostro rapporto con il reale). Che cosa dice dunque questo simbolo al nostro tentativo di pensare l’identità dell’Altro?
Dove incontriamo davvero l’altro, là è il dramma – per cui la soglia (rappresentata in questo caso appunto dalla vagina) è sempre il luogo di un rischio, di una situazione in cui c’è «pericolo», è sempre una scena che non domino, della quale non sono il padrone. L’Altro si colloca nel luogo della Realtà, in ciò che è al di là delle nostre immagini – eppure accediamo ad esso, come a tutta la Realtà , proprio attraverso le immagini, tanto che il soggetto che cercasse di prescindere dall’immaginario, si precluderebbe ipso facto anche l’accesso alla Realtà, inabissandosi nel patologico. Che cosa dunque si può trarre da tutto questo?
Innanzitutto un monito: diffidiamo della retorica; c’è infatti nella nostra società una paradossale esaltazione dell’altro, esaltazione tanto maggiore quanto più deplorevoli sono le sue condizioni; pensiamo alle acrobazie (per altro legittime e funzionali) del gergo politically correct con cui ci rapportiamo a un uomo menomato, che ora è definito «diversamente abile», oppure a quei lavori ritenuti più umili, ai quali ci si rivolge nei termini di «operatori ecologici». Spesso poi negli ambienti religiosi l’incontro con l’Altro – che ben inteso è una dimensione essenziale per una vita autenticamente vissuta – rischia di scivolare davvero nel retorico, nella misura in cui il povero è presentato come naturalmente buono, indifeso… In realtà, la scena dell’Alterità è sempre una scena di imprevedibilità, e il cosiddetto Altro è spesso un uomo in cui si intrecciano voglie, impulsi e progetti non certo contemplati nella melensa cantilena che esalta il servizio, la donazione incondizionata, la bontà dell’altro uomo. Tutti questi ritratti da Libro Cuore non sono altro che un modo con cui una società si rapporta al proprio desiderio e al proprio godimento: sono io che ho bisogno di pensare il povero come buono, in modo da assicurarmi nei confronti della realtà, di crogiolarmi in un’immagine compiacente, che, per di più, mi esonera magicamente da un servizio concreto, reale, ma maledettamente scomodo. Più una società circonda di belle parole (pulite, che sanno di inglese, di civiltà e di progresso), più si tutela nei confronti del Reale che affiora da quelle immagini, che inquieta la falsa coscienza – lo mette a distanza (non è un povero, ma un diversamente ricco!), e si sgrava la coscienza.
Ma dunque che fare? Il Reale, l’Altro non è bello, non è esaltante (provate a ripulire un malato che si è defecato addosso), il più delle volte non c’è nemmeno un «grazie» (mi viene in mente il salmo 115: «Ho detto con sgomento: “Ogni uomo è inganno”», cfr www.laparola.net ), alcune malattie particolarmente gravi non lasciano nemmeno traccia della memoria del servizio ricevuto – eppure tutto questo è la cosiddetta vita!
È la differenza tra l’innamoramento e l’amore: l’innamoramento è un’esperienza di incontro con il Reale, con l’Altro, che sorprende, che espone; ma tale accesso all’Altro è mediato da un grande investimento immaginativo: lei è sempre perfetta – e tale investimento in sé è un bene, perché senza di esso non c’è apertura; eppure accediamo davvero al reale, nella sua concretezza, nella sua durezza, quando l’immagine cade (in qualsiasi rapporto, dopo aver baciato un po’ di volte il principe azzurro, egli si trasforma in ranocchio!), ma il rapporto resta. Lei non è perfetta, non è una principessa (a volte non è nemmeno il cavallo bianco, mentre altre ricorda decisamente i sette nani!), eppure è proprio con lei che sto e voglio stare. Allora si tastano le radici del Reale, allora si è vinta la retorica (ma se si prescindesse completamente dalla retorica, si prescinderebbe dal linguaggio!). È la vita – è il Mistero!
Matteo Bergamaschi.
Bibliografia:
S. Petrosino, L’esperienza della parola. Testo, moralità e scrittura, Vita e Pensiero, Milano 2002;
S. Petrosino, Capovolgimenti. La casa non è una tana, l’economia non è il business, Jaca Book, Milano 2008;
S. Zizek, The Plague of Fantasies, Verso, London-New York 1997, trad. it. di G. Illarietti e M. Senaldi, L’epidemia dell’immaginario, Meltemi, Roma 2004.
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