domenica 20 febbraio 2011

Sull’Alterità dell’Altro (2), ovvero contro gli scherzi da prete.

Un campo in cui si fa della facile retorica sull’Alterità dell’Altro è indubbiamente il campo religioso. Spesso infatti si presenta la vita religiosa come una facile risposta ai problemi reali, come se fosse una soluzione alla mano che in qualche modo esonerasse dall’affrontare la vita nella sua complessità e nella molteplicità delle sue sollecitazioni. Altre volte, il credente è invece raffigurato come un beato imbecille, che in Dio trova il proprio fanciullesco rifugio; altre volte ancora, invece, egli è un esaltato, un folle da crociata, un estraniato tutto sommato «pericoloso».
La tradizione cristiana e biblica la pensa diversamente: essa si colloca su quel filone che ritiene traumatico l’incontro con l’Altro, e dunque anche con Dio («Non sono venuto a portare la pace, ma una spada»); Dio non acquieta niente, e quando arriva, è un disastro. San Paolo incontra il Signore sulla via di Damasco: rimane accecato per diversi giorni; quando Gesù parla, gli apostoli non capiscono pressoché nulla, e collezionano figuracce e fraintendimenti con il figlio di Dio; la gente attende un Dio vincente, Gesù arriva, fa miracoli, guarisce la gente, nessuno parla come lui – ma, cavolo, è solo il figlio del falegname!
Ma pensiamo a un San Francesco: tutti lo rappresentano come un uomo sereno, allegro, uno spirito amante, innamorato di Dio e della bellezza delle creature; ma chissà cosa avrà provato un uomo con una sensibilità tanto profonda nelle sue notti insonni, quando si sarà affacciato il dubbio di aver sbagliato tutto, quando saranno sorte incomprensioni con i confratelli o con le autorità della Chiesa che egli amava sinceramente, quando si sarà sentito abbandonato da Dio? Anche Gesù sperimenta in qualche modo il «trauma» dell’Alterità del Padre: «Dio mio, Dio mio – e non: Padre mio – perché mi hai abbandonato?». E nessuno risponde. L’esperienza di Dio è un’esperienza di un’Alterità radicale, che apre vie mai immaginate, e risveglia cose ormai assopite. In ogni caso, per «provare» l’Alterità di Dio, basta trascorrere qualche giorno agli Esercizi Spirituali: si sta in silenzio, le immagini cadono e i progetti si allontanano (è questo il silenzio), e si fa un’esperienza di nudità, sperimentando un Dio Nascosto, come dice il profeta Isaia. È curioso che proprio il Dio che si rivela ad un popolo viene chiamato da questo popolo stesso «Dio Nascosto» (Is 45, 15 www.laparola.net ); forse, proprio il popolo che ha fatto esperienza di Dio, sa che non è mai come te lo aspetti.
Di fronte al «trauma di Dio», che è il «trauma dell’Altro», cioè l’Altro che affiora facendo cadere le immagini che lo coprivano (dopo essersi innamorati, lui hai i suoi difetti, lei non è tanto bella), che fare? Penso che la Bibbia proponga due alternative. Una è quella di Giona: egli è un profeta, e Dio lo chiama, e lo manda a salvare i nemici di Israele; Giona capisce che quello che gli ha parlato è davvero Dio (e non la sua immagine, l’idolo), e proprio per questo va nella direzione opposta. L’Altro è un trauma? Beh, allora no, grazie. L’altra via, è la via dei santi: recentemente si è parlato di alcune lettere di Madre Teresa di Calcutta, in cui raccontava i suoi dubbi (dubbi «seri», su Dio, sulla sua presenza, sulla sua esistenza…); penso che queste non siano da considerarsi una debolezza umana da «giustificarsi», e nemmeno una prova dell’inautenticità della sua fede, bensì la testimonianza che la sua fede, la sua sequela, non fosse una farsa, ma un’avventura, un rischio, un’esperienza in cui il Reale (Dio, l’Altro), affiora veramente, realmente, e inquieta. Inquieta perché l’Altro, e quindi anche Dio, ha i suoi tempi, i suoi metodi, perché a volte si nasconde, a volte la sua presenza sembra un’assenza (la mano sinistra di Dio), a volte tace… vale a dire: è un Dio vivo, non un idolo! L’oppio invece è il dio dei popoli! Un Dio vivo che non toglie niente all’umanità dell’uomo, ma la esalta, la coinvolge in un’avventura, in un rischio (A. Neher parla della Genesi e dell’Esodo come rischi eterni per Dio, e poi per l’uomo).
Seguire un Dio così segna la differenza tra il sognatore e chi ama, perché, come ha sostenuto un grande pensatore del XX secolo, Dio non vuole degli esaltati, ma dei responsabili.

Matteo Bergamaschi



Bibliografia:

E. Levinas, Difficile Liberté, Albin Michel 1963, trad. it. di S. Facioni, Difficile libertà, Jaca Book, Milano 2004;
A. Neher, L’exil de la parole. Du silence biblique au silence d’Auschwitz, du Seuil, Parigi 1970, trad. It. Di G. Cestari, L’esilio della parola. Dal silenzio biblico al silenzio di Auschwitz, Marietti, Genova 1997.

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