mercoledì 2 marzo 2011

Bestie o persone. I confini dell'umanità.


Negli ultimi mesi l’opinione pubblica italiana è stata catturata da terribili fatti di cronaca nera. L’ultima vicenda si è conclusa da pochi giorni. Non ho intenzione di riprendere ancora una volta fatti già noti e di cui si è parlato fin troppo, spesso a sproposito e in maniere che travalicano di gran lunga il confine del cattivo gusto.
Al di là dell’attenzione morbosa dei media, c’è però qualcosa di interessante. La prima e naturale reazione della maggioranza delle persone, quando vengono informate di simili crimini, è la negazione dell’umanità dell’omicida o dell’aguzzino.
“E’ una bestia! Non una persona!” oppure “Il mostro...”: frasi come questa sono la normalità, e io non mi tiro fuori dal discorso, anzi. Come poter infatti sopportare che l’autore di certe efferatezze, completamente estranee al nostro normale concetto di umanità, appartenga al nostro stesso genere umano?

Non c’è pensiero più angosciante di questo. Il pedofilo, lo stupratore, l’omicida sadico, hanno in realtà molto in comune con me. Come me hanno due braccia e due gambe. Hanno una testa, con dentro un cervello che usano per pensare. Come me mangiano, dormono, sognano. Avranno delle passioni e degli interessi, forse simili ai miei. Forse qualcuno tiferà per la mia stessa squadra di calcio o ascolterà la mia stessa musica. E poi, cosa più naturale, come me hanno due mani.
Ecco, le mani. Le loro mani sono come le mie. Hanno sicuramente torturato, arrecato tanta sofferenza, con quelle mani. Però prima, e anche dopo, di averle usate come strumento di morte, hanno sbucciato le cipolle, o suonato una chitarra. Hanno schiacciato la tastiera del computer, come sto facendo io ora. Hanno usato le mani per mangiare, per cucinare, per contare i soldi o estrarre la carta di identità dal portafoglio.
Come posso accettare che con le stesse mie mani, queste mani che sto usando io ora - proprio queste mani qui - si possa ammazzare una ragazzina?
E’ ovvio, è logico, è naturale, che io ora cerco di negare questa possibilità. Che le mani del mostro, la sua vita, il suo corpo, la sua anima, siano come me. Per questo nego la sua umanità. Non posso sopportare di appartenere alla sua stessa razza, di poter essere capace delle sue stesse azioni.
Se io sono un essere umano, allora essi non lo sono. Non devono esserlo.

Tutto ciò nasce da una sensazione istintiva,  ma non è per questo irrazionale. Ha un suo filo logico, per certi versi: essere delle persone non significa soltanto avere un corpo fatto in un certo modo ed essere nato a due genitori umani. Essere persone significa realizzare la propria umanità con le proprie azioni. Quando una persona svilisce con le proprie azioni l’umanità che è in lei, allora non è più degna di essere tale.
Tuttavia non si può non portare all’estreme conseguenze questo discorso, per vederne la fragilità. Perché, se noi vogliamo stabilire un confine tra chi è umano e chi non lo è, fino a dove arriva la tutela dei diritti umani e il rispetto della dignità della persona – se esiste quindi qualcuno per cui vale e qualcuno per cui invece non vale più – rischiamo di infilarci in un ginepraio.
Il rispetto dei diritti universali ed inalienabili dell’uomo, della sua dignità, è una costruzione fragile, formata da tanti piccoli tasselli, e che non ammette eccezioni. Perché se comincio a fare eccezione per il cannibale o per il pedofilo, non tolgo solo dei pezzi d’intonaco alla costruzione. Faccio una lesione profonda alla colonna portante: l’universalità ed inalienabilità dei diritti dell’uomo e della dignità.

Deve essere chiaro che se io mi faccio questi scrupoli, non è di certo per pietà verso i sadici o i maniaci di vario genere. E’ una questione di principio.
Temo, per esempio, che dietro al proliferare di molti gruppi Facebook con titoli come “pena di morte per i pedofili”, “castrazione per gli stupratori”, oltre alla giusta indignazione verso simili brutture, ci sia anche la volontà quasi naturale di dividere tra uomini e “non uomini”. Tra l’umanità a cui si vuole appartenere, e quella che invece si rifugge.
Quasi come se, al posto di interrogarsi a fondo su cosa sia l’umanità e di cosa sia capace (basti pensare ai genocidi o alle tante guerre insensate di questo secolo, una follia sanguinaria collettiva non è meno turpe di  una follia individuale, eppure l’argomento viene trattato in ben altro modo), si voglia idealizzare ed isolare il concetto di umanità.
Gli abissi di squallore e di violenza a cui possono arrivare le persone sono semplicemente bollate come “non umane”. Quasi come se si avesse paura di affrontare la coscienza collettiva del male. Ammettere che l’umanità è anche questo, è terribile, perché ci fa provare l’angoscia di sapere di poter fare il male, e di dover scegliere in ogni istante il bene. E’ molto più spaventoso immaginarsi nella parte del carnefice che in quella della vittima, soprattutto quando dall’io si passa al noi, e ci troviamo a dover giustificare perché l’essere persone, implichi anche queste cose terribili. Perché l’umanità sia capace di questo. Solitamente diamo al concetto di umanità un significato positivo, ogni essere umano è una ricchezza in quanto tale. Eppure esistono persone che sarebbe meglio per tutti se non fossero mai nate.

D’altro canto esiste però sempre la responsabilità personale, e rimane il fatto che io in qualche modo ho realizzato e sto realizzando la mia umanità in modo positivo, tento ogni giorno di meritarmi la mia esistenza, la mia dignità di persona. Il pedofilo, per esempio, questo non lo fa. Quindi è giusto che io non voglia essere inserito nella sua stessa categoria. E’ giusto, è sacrosanto, che io voglia prenderne le distanze in modo radicale, ponendo una grande distinzione tra ciò che sono io e quello che è lui. Non posso in alcun modo considerare lo stupratore seriale come “un fratello che ha sbagliato”. Non deve esistere alcune forma di compassione, perché equivale a complicità. Dire “va bene, sei un essere umano anche tu”, rischia di diventare l’accettazione passiva dell’esistenza di forme di comportamento che devono essere eliminate.

Da una parte i comportamenti devianti sono umani, nel senso che purtroppo appartengono all’umanità, mentre dall’altra abbiamo il dovere di rifiutarli, di cacciarli con ogni mezzo fuori dal nostro mondo e dalla nostra società. Ci sentiamo in dovere di prendere atto della loro umanità e contemporaneamente eliminarli in quanto non umani. Sembra un controsenso, ed infatti lo è.

Che cos’è l’umanità? E’ gratuita, e vi partecipiamo tutte le persone in quanto tali? Oppure è qualcosa che si conquista giorno dopo giorno, realizzando la propria dignità di esseri umani, attraverso le azioni? Una persona che non si comporta da essere umano, può perdere questa dignità?Il male, lo squallore, la bestialità, fanno parte del concetto di umanità oppure esulano?

 Sono domande a cui di certo non posso dare risposta in un intervento su un blog amatoriale, e a cui non è forse possibile dare alcuna risposta. Ma questo non mi impedisce di porre la domanda.

Carlo Pallard

1 commento:

  1. Questo tuo blog potrei considerarlo un esempio di quello che in psicanalisi chiameremo il "pensiero sano", il pensiero libero insomma... quello che non è vincolato... Il ragionare con la propria testa anzi che con "il cervello di gruppo".
    E' una cosa in cui a parole sono bravi tutti, va molto di moda dire "io penso con la mia testa e basta", ma in realtà è una cosa molto difficile, io spesso cado in questi tranelli. E' molto più difficile di quanto si creda!
    Comunque è il terzo articolo che leggo, e tutti confermano la mia opinione, e rendono UTILI queste pagine.

    RispondiElimina