Niente più di una moda transilvana può o deve destar sospetto, se non proprio una pseudo-meraviglia che suggerisca una pseudo-filosofia. Perché mai sempre più romanzi e programmi televisivi dovrebbero portare sulla scena proprio questo genere di creature fantastiche? Che cosa opera in tale scelta? Quale trauma cela questa psicosi, quale desiderio parla in questo sintomo?
In verità, si nasconde forse nella predilezione per l’eterea e lattiginosa nobiltà trapassata un sintomo della nevrosi civilizzata: si direbbe infatti che l’animale razionale cerca come pharmaka per la propria incompiutezza, una volta deposto il peso della propria responsabilità, da un lato l’abbandono orgiastico al sangue e alla lussuria (o a quell’insipida affettività adolescenziale che ne è il preludio o la bella copia), dall’altro l’apparenza, l’autorità, una volontà di potenza; e forse niente di più del vampiro riesce a congiungere le due facce del Giano (entrambe sono forme del narcisismo, dell’Identico), in quanto da un lato si abbandona alla ferinità, al sangue e alla lussuria che inestricabilmente vi è connessa – e tale è il lato orgiastico che congiunge il vampiro al notturno femminino della madre terra, rendendolo ctonio anch’esso, serpente che si avvinghia in circolo nell’eterno ritorno, Erinni – mentre dall’altro conserva le sembianze di una fiera nobiltà, di una sublime potenza ostentata, amplificata dalla spettrale superiorità, che fa di esso un essere dominatore, dei deboli in primo luogo, ma anche degli istinti, e anche dei propri, salvo mantenersi costantemente sull’orlo di un possibile abbandono alla barbarie, che ripristini il lato orgiastico della sua notte – che, insisto, non è nient’altro che l’altra faccia dell’Identico. Per questo motivo mi sembra che il vampiro, che spopola nella banalità dei film di cassetta per ragazzi, offre per il frustrato contemporaneo quanto le epoche precedenti non potevano che distinguere nell’iniziazione misterica ai segreti del femminino da un lato e dall’altro nella volontà di dominio del principe dei barbari. Anche perché se il vampiro ha la possibilità di esercitare l’eros sia nella forma della potenza che in quella dell’abbandono orgiastico, la sua natura di trapassato apre la porta alla possibilità di un istinto di morte, ad un’eventualità di godimento che può soddisfarsi solo in direzione autodistruttiva: non è egli forse l’apostata per eccellenza da quel Dio la cui gloria è l’uomo vivente? La morte come prezzo da pagare per il godimento – godimento che viene a turare illusoriamente l’abisso che si spalanca una volta deposta la responsabilità, e che porta il vampiro a travalicare i generi e le specie nella ricerca di godimento totale, nella non-vita di un non-appagamento reale. È l’apologia del nichilismo.
Matteo Bergamaschi
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