I miti sono prima di tutto una realtà sociale: mito è ciò di cui parla una società. Esso costituisce allo stesso tempo lo specchio che ne restituisce un’immagine, e il lettino dello psicologo, sdraiandoci sul quale per libera associazione emergono le immagini e i sogni, i sintomi che mascherano e rivelano i nostri traumi. Il Seicento è così il secolo della scienza moderna e al contempo della caccia alle streghe; sembra infatti che la nascita del razionalismo (e la svolta capitalistica) abbia paradossalmente – ma al tempo stesso conseguentemente – segnato una nuova forma di fanatismo religioso. Non basta infatti addossare questo fenomeno sulle spalle dei bigotti o dei preti rancorosi: resta infatti inspiegato proprio il fatto inquietante della simultaneità della nuova scienza e della caccia alle streghe. A me pare verosimile che i fenomeni di una società siano, se non derivabili, tuttavia spiegabili, comprensibili, all’interno della dinamica della società stessa, per cui proprio quella società che partorisce il razionalismo e la scienza sperimentale, ha bisogno di soddisfare altrimenti le pulsioni che questi reprimono o non appagano. Si badi che non si vuole prendere una posizione sulla realtà o meno del fenomeno (le streghe potrebbero anche esistere, per quanto rare): ci si interessa di questo in quanto fenomeno sociale, come sintomo di una società, e non in quanto fatto reale. Il secolo di Galileo sarebbe, proprio per questo, il secolo dei roghi e delle streghe. Proprio per reazione a quella scienza e a quella ragione che divorano l’alterità, l’ignoto e il misterioso, il misterioso, l’ignoto e l’alterità trovano sfogo nel non-razionale, nel non-sicentifico: la stregoneria – versione seicentesca del New Age?
Così, la nostra società dominata dalla tecnica, dalla scienza, da un’economia che gestisce ogni suo aspetto, costituisce una sorta di tutto-pieno (Sloterdijk direbbe: la terra si è rimpicciolita), una sfera – anzi, una superficie – densa, senza margini, senza soglie; il suo futuro rischia di apparire come la perpetuazione del capitalismo e della società borghese-industriale (è il tema della fine della storia), e ogni cosa è disponibile e alla mano (senza concretezza, senza spessore) tramite la rete telematica. Se dunque in questo mondo lo spazio è finito, il futuro è già noto, e l’abbondanza delle cose ci procura nausea, l’evasione, il bisogno di alterità trova sfogo proprio in quelle neospiritualità di matrice orientale, in tesi massonico-complottiste, e anche nel mito degli ufo. Esistono gli alieni? Probabilmente sì; a noi però interessano gli alieni in quanto mito, in quanto tema di discorso di cui la nostra società necessita – in quanto sintomo. Se gli alieni esistono, è infatti una domanda che debbono porsi biologi e astronomi; che la nostra società abbia il mito degli alieni, questo è invece un fatto indicatore della sua «vita psichica»: essi prendono il posto lasciato libero dalle streghe seicentesche.
A proposito di questa mitologia, si vorrebbe notare la sua specularità rispetto alla società occidentale: in primo luogo, essi compaiono nel momento in cui noi, dopo aver occupato la terra, scopriamo lo spazio (corrispondono cioè ad una nostra fase socio-culturale); in secondo luogo, hanno una cultura identica alla nostra, una dotazione tecnologica che è una proiezione di quella tardo-occidentale. Ma perché questo fosse possibile, i marziani dovrebbero trovarsi in un’epoca, in un «destino dell’essere», per dirla con Heidegger, analogo al nostro. La scienza – intesa come quel modo di pensare che ci caratterizza ai nostri giorni – non è infatti un’essenza astratta, la «verità» dietro ai pregiudizi, il mondo vero nascosto dalle apparenze: essa è la retorica che caratterizza un tipo di società, un modo di intendersi di un gruppo umano storicamente dato, una contingenza storica. È una prassi e un discorrere (un discorrere che informa una prassi e che viene poi manovrato da essa) possibile solo all’interno di un ben preciso itinerario spirituale. Non per fare un’apologia dello strutturalismo, ma perché una società giunga alla scienza come ai nostri giorni, essa dovrebbe aver percorso un identico itinerario da Talete ad Heidegger, passando per Platone, Aristotele, la scolastica, Galileo e Cartesio; Marte, per avere le astronavi, dovrebbe aver avuto il suo Newton e il suo Copernico, ma anche il suo Cristo e le sue eresie; avrebbe dovuto attraversare la sua fase feudale e la sua svolta capitalistica, avrebbe dovuto conoscere i nostri modi di produzioni e la sua critica di sinistra (il pianeta rosso!). La scienza è un momento dello spirito occidentale, è un suo modo di pensare, e in questo si differenzia dalle singole scoperte (anche più geniali) che hanno potuto caratterizzare nel corso della storia anche le altre civiltà.
Cosa vedere dunque nelle astronavi che popolano gli inquieti cieli delle metropoli occidentali? Forse una minaccia dallo spazio profondo, che ridimensiona le conquiste umane; o forse lo spettro di una nostra inquietudine, il desiderio di sentire un mondo finito (e perciò stesso aperto, ancora da fare, sporgente sull’altro, un’eccedenza), un desiderio di pensare l’altro e allo stesso tempo l’incapacità di pensare fino in fondo la sua alterità: il marziano è sempre alieno e occidentale, tecnologico, new age, capitalista.
Matteo Bergamaschi
Bibliografia:
R. Barthes, Miti d’oggi, Einaudi, Torino 2005;
Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, BUR, 2003;
M. Heidegger, Lettera sull’umanismo, Adelphi, Milano 1995;
P. Sloterdijk, Il mondo dentro il capitale, Meltemi, Roma 2006;
G. Vattimo, Le avventure della differenza, Garzanti, Milano 2001.
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