Le disgrazie accomunano le persone, ed è bello che la gente riesca ancora a stringersi accanto ai suoi simili (al suo prossimo) nel caso di eventi laceranti, delitti che appaiono inspiegabili, in misura tanto maggiore quanto più giovani sono le vittime. Penso anche che la prima forma di rispetto verso chi soffre, e più in generale verso tutte le vittime delle ingiustizie e delle violenze, sia non essere ingenui. Perché essere semplici, essere buoni, non significa essere ingenui. E se il dolore apre una faglia, una lacerazione – non solo in chi soffre, ma anche in chi viene a conoscenza della sofferenza, anche nello spettatore – il rischio è che attraverso questa lacerazione, questa faglia, si insinuino i fantasmi e le proiezioni più varie, i significati più impliciti. Da un lato, infatti, ogni volta che muore una persona, è come se la gente dovesse celebrarne ad ogni costo le doti per esorcizzare il senso di colpa nei suoi confronti; chi muore accusa il superstite, lo accusa (proprio non rispondendo) di non essergli stato abbastanza vicino, lo accusa per il fatto stesso di essere un sopravvissuto, e il superstite deve in qualche modo renderne gli onori, ponendosi ad un gradino sotto (è un meccanismo analogo a quanto nel mondo classico si chiamava l’invidia degli dei: l’uomo non si mostrava grande, per non suscitare l’invidia terribile del divino). Tutto ciò, però, è ancora dal lato dell’egoismo, del narcisismo dell’io, che si tutela, si sente minacciato nella sua dinamica di autoassicurazione, di autotutela, di non esposizione – di godimento. Più si parla della morte, più essa perde il suo potere; la morte diviene irreale, lontana, per logorrea, fino a quando le parole (Heidegger direbbe: la chiacchiera) riescono a renderla banale. In fondo, noi ci siamo – ancora. Il vuoto resta, resta orrido, osceno, ma al contempo scontato, non attraversato, irrisolto – senza risposta.
Piangere e parlare bene ai funerali acquieta anche la coscienza, suggerendole di essere buona; che importa infatti se poi non riusciamo a non litigare con la moglie, con il vicino, se non sappiamo accogliergli per quello che sono? Abbiamo in fondo un bel cartoccetto di autocompiaciuta bontà immaginario-sociale: essa ci esime dall’occasione concreta – dal bene reale. Eppure, non appena l’antipatico vicino tornasse alla casa del Padre, anche lui, in fondo, sarebbe buono. In ritardo.
Per di più, l’inquietante che ha la possibilità di infiltrarsi nella faglia, nella lacerazione, è un misto inconscio di pruderie e di vogliuzze inconfessabili, ammantate sotto le bende delle supplici e della pietà. Il vuoto, la voragine di questo tipo di assenza, rischia di fungere da catalizzatore per l’osceno, per il sensuale, con il vantaggio non dell’anonimato, ma addirittura della devozione. Ci si commuove (e a ragione, beninteso) per la ragazzina scomparsa; ma quanti anni aveva? Così giovane! E i suoi? Ma ce l’aveva il ragazzo, la piccola? L’hanno uccisa per gelosia, per invidia? Ed è stata violentata? Ma da viva (domanda aberrante)? In quanti? E sul corpo ci sono i segni? Smania e oscenità del visibile, dell’impudico, concupiscentia (libido? Godimento?) oculorum. È sempre una lei, una Diana, un’Ifigenia che però in qualche modo cela l’Erinni di Clitemnestra. E l’eccitazione si riversa nell’accanimento verso il carnefice, che è pur sempre figlio di questo mondo, perché attraverso di lui si è compiuto – ma dunque anche esorcizzato – il bruto godimento della società. Vera e propria catarsi per noi, i giusti, i voyeur, gli impudici. Assolti dal nostro osceno godimento grazie al mostro (che in qualche modo ha compiuto l'oscenità al posto nostro), e resi buoni dal suo linciaggio.
Beninteso, non si sta parlando di colpe, non si vuole criticare né tantomeno puntare il dito. Si vuole però riflettere, per cercare di lasciare trapelare cosa si muove nell’umano, per essere responsabili anche nel lutto, nella sofferenza, nel loro impronunciabile. Che fare, dunque, se il cuore dell’uomo è un simile gorgoglio, cosa possiamo fare noi, gli spettatori, gli impudici – i complici? Il nostro compito è prendere coscienza. Non sta a noi cambiare le cose, però è in nostro potere assumerle responsabilmente, saper rispondere di ciò che ci abita, saperlo anche accogliere (mi viene in mente la ripresa di Borges di un versetto evangelico: «Se la tua mano destra ti è di scandalo, perdonala», che fa tutt’uno con il riconoscerne la malvagità: «Tagliala», cioè non avere compromessi nella tua coscienza, anche se li hai nella tua azione, perché se sei un malvagio, sei perdonato, ma se menti, sei complice). Cioè sapere che non siamo ingenui, che non siamo (ancora?) buoni – o che Uno solo è Buono – ma che non per questo siamo esentati dalla responsabilità verso il fratello che qui e ora soffre. Perché la sofferenza, la morte, è prima di tutto un momento di solitudine. Un evento di pudore. E forse proprio in un’occasione di sofferenza come questa siamo richiamati a rendere puro – libero, responsabile – il nostro desiderio, per essere umanamente vicini, prossimi e non complici, a tutte le vittime mute del mondo.
Matteo Bergamaschi.
Bibliografia:
L. Borges, Tutte le opere, Mondadori, 2005;
H. Schoeck, L’invidia e la società, Liberilibri, Macerata 2006;
S. Zizek, The Plague of Fantasies, Verso, London-New York 1997, trad. it. di G. Illarietti e M. Senaldi, L’epidemia dell’immaginario, Meltemi, Roma 2004.
Nessun commento:
Posta un commento