M. Zambrano nel suo L’uomo e il divino – opera di rara bellezza – fa una breve menzione di un fenomeno su cui vorrei soffermarmi: le campagne mediterranee apparirebbero caratterizzate da una sorta di ateismo endemico, fatto tanto più sorprendente quanto più esse sono l’immagine di un idilliaco (e ingenuo) rapporto con il divino. I crocicchi delle strade e le vie che costellavano i campi romani erano affiancati da una processione ininterrotta di statue, raffiguranti le divinità più svariate; i coloni e gli agricolae avevano perciò imparato ad assuefarsi a una costante e immediata presenza del divino, un’atmosfera di spessa pietà – una presenza resa tanto più innocua quanto più frequente e spudorata (cioè proprio senza pudore, oscena) era la sua esibizione. Gli dei sono presenti e inerti allo stesso tempo, in modo che la vita di tutti i giorni può scorrere attraverso il porticato di un perpetuo tempio beatamente indifferente agli uomini e al loro desiderio. Perché infatti l’abitudine che un simile comportamento suggerisce consiste proprio nell’autosufficienza della vita: i miei progetti sono autonomi, centrati sul mio lavoro, sulla mia posizione sociale (quella del contadino nel caso specifico), e dei e demoni sono il contorno di un mondo tutto sommato estraneo, indifferente – esisteranno poi veramente? Incredula furbizia contadinesca! Gli dei sono da tener buoni nella misura in cui la loro ira farebbe inacidire il latte o manderebbe a monte il raccolto, mentre occorre ingraziarseli per ottenere in cambio figli maschi, ma prima di tutto la salute! Quando si sta bene… non manca niente! E invece l’umano è la smentita di questa rassegnata autosufficienza «contadina», è il mancare, il desiderio di un oltre – ed è proprio questa sporgenza, questa eccedenza rispetto alla salute e al raccolto che ha a che fare con il divino autentico: è proprio qui che Dio e l’uomo hanno qualcosa di interessante da dirsi, senza ridurre la loro relazione a un dare-avere, e la religione a un’economia. La religione è originariamente ciò che contraddice l’autosufficienza, ciò che prende sul serio il fatto che all’uomo non basta mai nulla. È l’altrimenti che politica, il tutt’altro dall’economia. Quando si ha tutto, ci si angoscia comunque (Heidegger), o ci si annoia (Sartre): il tutto non basta. Beati i semplici, ma guai agli ingenui, guai a coloro che non si aspettano niente, perché non saranno delusi!
E così le campagne si sarebbero abituare a trascorrere le giornate di festa e di lavoro centrate sui propri interessi e scopi: l’essenziale, è sempre stabilito a partire dalla misura dell’uomo, e Dio è sempre il mezzo, mai il compagno. Per di più, in alcune regioni, tale utilitarismo nei confronti del divino si traduce in una sorta di non belligeranza, in un patto di non aggressione: nella coscienza popolare, se è Dio che dev’essere indiscutibilmente adorato, il demonio non per questo va trascurato; tutte le potenze oscure di contorno (in un misto catto-pagano) vanno comunque tenute buone: i diavoli sono in fondo dei buoni diavoli, e poi è sempre meglio andare d’accordo con tutti – vuoi mica che un demonio si prenda il mio vitello?
Se dunque le campagne mediterranee sarebbero segnate da una sorta di ateismo, quelle nordiche sarebbero invece la patria di un persistente paganesimo, in cui, tra i boschi traboccanti di elfi e di gnomi, una specie di placenta sacra primordiale racchiuderebbe tutte le azioni, preordinando tutti i destini e tutti gli amori umani e divini? – il tutto senza rischio, senza che la vita sia un rischio e un avventura. Uno sguardo non dico disincantato ma responsabile nei confronti delle campagne, della loro semplicità, della loro vicinanza al divino, penso sia necessario per liberarsi da un mito che, con la sua apparenza di ingenuità, cela in realtà una cattiva coscienza: tale infatti è l’adagio di chi si adagia per non lottare, perché «il giorno del Signore è tenebra, e non luce» (cfr Am 5, 20). Giacobbe deve attraversare un guado, di notte, nel deserto, ma Dio lo afferra, e con lui combatte tutta la notte – una notte che è essa stessa carne e lotta, amplesso e crudeltà; al mattino, Dio (o l’angelo) se ne va (sconfitto o vincitore? Non ha forse perso chi smette di lottare?), ma Giacobbe resterà zoppo; non camminerà certo con la zappa sulla spalla tra le edicolette votive, ingraziandosi le potenze del cielo e dell’inferno perché il raccolto sia abbondante, e la pioggia giunga a suo tempo.
«Anche qui ci sono dei!», esclama Eraclito alla latrina. Eppure, questo cosmo così pieno di dei, non lascia spazio perché l’uomo prende la sua decisione, perché lotti (ami?) con Dio; gli dei sono dovunque, e perciò stesso stolidamente muti, non rilevanti, non decisivi; l’innocenza di tutti i tipi di panteismo non consiste forse nella cattiva coscienza di non voler rischiare, nel non voler esporsi, nel non voler lottare con un Dio che non è mai a misura, ma che chiama? Esso non ci allevia forse, non è in fondo più facile vivere così? Eppure stare da uomini davanti a Dio non è invece restare in piedi nella lotta, cioè essere responsabili, ed essere per ciò stesso una benedizione per il mondo e per i fratelli? Non è forse questa lotta, questo amplesso, la risposta al Desiderio?
«Chi è vicino a me è vicino a un fuoco, ma chi è lontano da me, è lontano dal Regno», recita un apocrifo. Dio. Lotta. Al guado: il cristianesimo come religione per adulti. Difficile libertà!
Matteo Bergamaschi
Bibliografia:
E. Levinas, Difficile Liberté, Albin Michel 1963, trad. it. di S. Facioni, Difficile libertà, Jaca Book, Milano 2004;
M. Zambrano, El ombre y lo divino, Fundaciòn M. Zambrano, 1955, trad. it. di G. Ferraro, L’uomo e il divino, Edizioni Lavoro, Roma 1997.
Nessun commento:
Posta un commento