mercoledì 20 aprile 2011

La città postmoderna: condanna o occasione? (1)





Si vede fin d’ora il paradosso centrale  dell’esistenza personale.  Essa è il modo propriamente umano dell’esistenza. E, nonostante ciò, va incessantemente conquistata  […].

E. Mounier, Il personalismo




Ambiguità della città

L’uomo è “animale politico” ossia cittadino (Aristotele). La sua natura si realizza nell’organizzare il suo rapporto con gli altri, e si esplica pienamente nella città.
La città da sempre innalza le sue muta sul cadavere del fratello. Fondata dai discendenti di Caino (Genesi 4, 17) e contrapposta all’Eden, il giardino dell’innocenza perduta, culmina in Babele, il monoblocco alto fino al cielo, preludio della confusione e del diluvio. […]
Eppure il finale della Bibbia prospetta non il ritorno alla natura, bensì il frutto matura della cultura: la città santa, sposa del Signore (Apocalisse 21-22). Il paradiso (=giardino!) è la città-giardino, armonia degli uomini tra di loro e con la natura. Tuttavia sempre, poeti e profeti, antichi e recenti, non solo gli attuali “verdi”, hanno guardato alla città con diffidenza e antipatia. La città da sempre è così: luogo proprio della realizzazione dell’uomo nella sua perenne modernità, ne presenta l’ambiguità di fondo, con la possibilità sia del fallimento che della riuscita.
È anche da osservare che il cristianesimo si diffuse cominciando dalle città, e proprio da quelle più moderne e cosmopolite. E non a caso: i loro cittadini, a differenza dei pagani, che abitavano nei pagi (=villaggi), persi i legami tradizionali di appartenenza, erano più disposti ad assumerne di nuovi. Questa è un’indicazione interessante per il passaggio da un cristianesimo rurale, più tradizionale, a uno urbano, più aperto alla novità e alla libertà[1].

In questi termini si pone il problema: che cosa ha da dire la città postmoderna all’uomo, in particolare all’uomo cristiano? Come essa si pone di fronte alla realizzazione dell’umano? La città è questo paradosso: da un lato è la possibilità della realizzazione della persona, dall’altro è il rischio e la tentazione costante della spersonalizzazione. La riflessione che segue vorrebbe perciò accostarsi alla realtà della città postmoderna cogliendone gli aspetti di “occasione” per l’umano, la città cioè come habitat personale, sforzandosi di superare una semplice logica di “condanna”, la cantilena dell’“Ai miei tempi…”. Il filo conduttore perciò sarà quello della città fra Babele e Sion.

Matteo Bergamaschi


[1] S. Fausti, Elogio del nostro tempo, op. cit.

mercoledì 6 aprile 2011

Sulla secolarizzazione sempre già in opera. L’indifferenza.

Mi ha sempre colpito come si ami spesso ricordare con una certa ammirazione la grande devozione che permeava una volta le opere e i giorni dei paesi, delle campagne e delle cittadine, impregnando di incenso e di rosari le povere mura. Capita anche di udire cantilene lamentose che indugiano nella nostalgia di un inverosimile passato, sorvolando con una certa scioltezza sul fatto che, da Adamo in poi, la stirpe del genere umano ha sempre avuto la scusa di un «passato migliore» di cui lamentarsi, anche se l’unico che avrebbe potuto farlo a ragione fu il solo compagno di Eva, ejectus a paradiso. Tale usanza tramanda e perpetua le frustrazioni di interi casati, e senza depauperare minimamente l’eredità ricevuta, cosicché non si esauriranno mai le varianti al tema dei vecchi che rimproverano i giovani, perennemente immemori dell’eterna verità che, salvo rarissimi casi, il problema dei giovani d’oggi è: i vecchi di oggi! Già, perché proprio quei giovani di una volta non hanno che da offrire un mondo corrotto e impazzito di cui sono per la loro parte responsabili, rispetto al quale ha ognuno la sua parte di male, un mondo di corruzione che non potrà che corrompere a sua volta, innescando di generazione in generazione la scintilla del peccato originale.
Altre volte invece si ode un voce – che tradisce un malcelato rancore – che non può fare a meno di  lamentare di quel tale che lascia moglie e figli per una donnetta di diec’anni buoni più giovane. E fino qui ne ha ben d’onde; solo che non ci si accontenta, e con eleganza ci si scorda di osservare il precetto di non giudicare, e si viene così giudicati secondo la misura con cui si misura; poiché, se si aggiunge senza testimoni che ai nostri tempi queste cose non succedevano, si dimentica come in quei venerabili tempi la condanna sociale e affini repressioni rendevano non solo inattuabile un simile progetto, ma addirittura impensabile, e che l’irresponsabilità e la deresponsabilizzazione possono soltanto contendersi il titolo di idoli della libertà e di una vita felice.
Così come sciorinare rosari per i propri interessi, o scandire i sentieri delle campagne con le cappelle dei santi – che il più delle volte non hanno che sostituito quelle dei lari e delle divinità pagane, perpetuando l’indifferenza reciproca del divino e dell’umano, cioè radicandosi e non incarnandosi – è ben lungi dal metter mano all’aratro del Regno di Dio e non volgersi indietro.  Per cui mi pare di poter dire che è se non altro difficile stabilire quale tempo sia realmente avvantaggiato nei confronti della difficile libertà, che è la vera sequela, giacché vera sequela è ripartire ogni giorno, perché essere figli è una libertà che incomincia ogni giorno, prendendo tutte le mattine la propria croce – e come è difficile capire qual è la propria, come ricordano i Padri: «L’uomo che conosce il proprio peccato è più grande di quello che risuscita i morti» – ma soprattutto essendo ogni giorno lieti, perché il Signore mi ama. L’uomo che tutti i giorni è lieto è più grande dell’uomo che porta la croce, perché è un uomo libero: sa infatti che al fondo della sua vita c’è un Amore più grande. Quale sguardo rivolgerà dunque al mondo, di quale sguardo guarderà i suoi fratelli!

Matteo Bergamaschi