Si vede fin d’ora il paradosso centrale dell’esistenza personale. Essa è il modo propriamente umano dell’esistenza. E, nonostante ciò, va incessantemente conquistata […].
E. Mounier, Il personalismo
Ambiguità della città
L’uomo è “animale politico” ossia cittadino (Aristotele). La sua natura si realizza nell’organizzare il suo rapporto con gli altri, e si esplica pienamente nella città.
La città da sempre innalza le sue muta sul cadavere del fratello. Fondata dai discendenti di Caino (Genesi 4, 17) e contrapposta all’Eden, il giardino dell’innocenza perduta, culmina in Babele, il monoblocco alto fino al cielo, preludio della confusione e del diluvio. […]
Eppure il finale della Bibbia prospetta non il ritorno alla natura, bensì il frutto matura della cultura: la città santa, sposa del Signore (Apocalisse 21-22). Il paradiso (=giardino!) è la città-giardino, armonia degli uomini tra di loro e con la natura. Tuttavia sempre, poeti e profeti, antichi e recenti, non solo gli attuali “verdi”, hanno guardato alla città con diffidenza e antipatia. La città da sempre è così: luogo proprio della realizzazione dell’uomo nella sua perenne modernità, ne presenta l’ambiguità di fondo, con la possibilità sia del fallimento che della riuscita.
È anche da osservare che il cristianesimo si diffuse cominciando dalle città, e proprio da quelle più moderne e cosmopolite. E non a caso: i loro cittadini, a differenza dei pagani, che abitavano nei pagi (=villaggi), persi i legami tradizionali di appartenenza, erano più disposti ad assumerne di nuovi. Questa è un’indicazione interessante per il passaggio da un cristianesimo rurale, più tradizionale, a uno urbano, più aperto alla novità e alla libertà[1].
In questi termini si pone il problema: che cosa ha da dire la città postmoderna all’uomo, in particolare all’uomo cristiano? Come essa si pone di fronte alla realizzazione dell’umano? La città è questo paradosso: da un lato è la possibilità della realizzazione della persona, dall’altro è il rischio e la tentazione costante della spersonalizzazione. La riflessione che segue vorrebbe perciò accostarsi alla realtà della città postmoderna cogliendone gli aspetti di “occasione” per l’umano, la città cioè come habitat personale, sforzandosi di superare una semplice logica di “condanna”, la cantilena dell’“Ai miei tempi…”. Il filo conduttore perciò sarà quello della città fra Babele e Sion.
Matteo Bergamaschi
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