mercoledì 6 aprile 2011

Sulla secolarizzazione sempre già in opera. L’indifferenza.

Mi ha sempre colpito come si ami spesso ricordare con una certa ammirazione la grande devozione che permeava una volta le opere e i giorni dei paesi, delle campagne e delle cittadine, impregnando di incenso e di rosari le povere mura. Capita anche di udire cantilene lamentose che indugiano nella nostalgia di un inverosimile passato, sorvolando con una certa scioltezza sul fatto che, da Adamo in poi, la stirpe del genere umano ha sempre avuto la scusa di un «passato migliore» di cui lamentarsi, anche se l’unico che avrebbe potuto farlo a ragione fu il solo compagno di Eva, ejectus a paradiso. Tale usanza tramanda e perpetua le frustrazioni di interi casati, e senza depauperare minimamente l’eredità ricevuta, cosicché non si esauriranno mai le varianti al tema dei vecchi che rimproverano i giovani, perennemente immemori dell’eterna verità che, salvo rarissimi casi, il problema dei giovani d’oggi è: i vecchi di oggi! Già, perché proprio quei giovani di una volta non hanno che da offrire un mondo corrotto e impazzito di cui sono per la loro parte responsabili, rispetto al quale ha ognuno la sua parte di male, un mondo di corruzione che non potrà che corrompere a sua volta, innescando di generazione in generazione la scintilla del peccato originale.
Altre volte invece si ode un voce – che tradisce un malcelato rancore – che non può fare a meno di  lamentare di quel tale che lascia moglie e figli per una donnetta di diec’anni buoni più giovane. E fino qui ne ha ben d’onde; solo che non ci si accontenta, e con eleganza ci si scorda di osservare il precetto di non giudicare, e si viene così giudicati secondo la misura con cui si misura; poiché, se si aggiunge senza testimoni che ai nostri tempi queste cose non succedevano, si dimentica come in quei venerabili tempi la condanna sociale e affini repressioni rendevano non solo inattuabile un simile progetto, ma addirittura impensabile, e che l’irresponsabilità e la deresponsabilizzazione possono soltanto contendersi il titolo di idoli della libertà e di una vita felice.
Così come sciorinare rosari per i propri interessi, o scandire i sentieri delle campagne con le cappelle dei santi – che il più delle volte non hanno che sostituito quelle dei lari e delle divinità pagane, perpetuando l’indifferenza reciproca del divino e dell’umano, cioè radicandosi e non incarnandosi – è ben lungi dal metter mano all’aratro del Regno di Dio e non volgersi indietro.  Per cui mi pare di poter dire che è se non altro difficile stabilire quale tempo sia realmente avvantaggiato nei confronti della difficile libertà, che è la vera sequela, giacché vera sequela è ripartire ogni giorno, perché essere figli è una libertà che incomincia ogni giorno, prendendo tutte le mattine la propria croce – e come è difficile capire qual è la propria, come ricordano i Padri: «L’uomo che conosce il proprio peccato è più grande di quello che risuscita i morti» – ma soprattutto essendo ogni giorno lieti, perché il Signore mi ama. L’uomo che tutti i giorni è lieto è più grande dell’uomo che porta la croce, perché è un uomo libero: sa infatti che al fondo della sua vita c’è un Amore più grande. Quale sguardo rivolgerà dunque al mondo, di quale sguardo guarderà i suoi fratelli!

Matteo Bergamaschi

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