martedì 3 maggio 2011

La città postmoderna (2): posizione del problema: una possibile traccia

Sorge immediatamente un problema: come è lecito accostarsi alla questione del rapporto tra città e persona? La tentazione sarebbe quella di risolverlo proponendo un confronto tra la situazione attuale e il modello di uomo che si ha già in mente. E tuttavia come potrà un simile modo di procedere giustificare il suo “possesso” del modello legittimo dell’umano (ammesso che ve ne sia uno!) di fronte alla pretesa della postmodernità di essere un – o meglio: il – momento di rottura, la nuova era, che chiede all’uomo di ri-pensare il proprio orientamento nel mondo? Come si potrebbe, attraverso quale via, rispondere in maniera sensata alla pretesa di Zarathustra: «L’uomo è qualcosa che dev’essere superato. Che avete fatto voi per superarlo?»[1]. Una delle pretese della postmodernità pare proprio quella di offrirsi come occasione del superamento della modalità con cui l’uomo fino ad ora si è pensato, interpretato, e progettato, come per esempio l’uomo della metafisica, il soggetto della tecnica (che paradossalmente ne diviene anche oggetto), l’uomo cristiano-borghese[2]…. Con quale diritto si può pertanto impostare il discorso attraverso il confronto tra la situazione attuale nella sua radicale pretesa di novità, e un modello di uomo, che, anche nel migliore dei casi, non potrebbe che restare un modello?
Lasciando per un momento da parte una simile obiezione, ci si confronti con un brano di R. Guardini, all’interno del confronto tra modernità e postmodernità:

Ora, in correlazione con la tecnica, entra in gioco una diversa struttura che non ha più come sua base l’idea della personalità creatrice che edifica il proprio io, ovvero l’idea  del soggetto autonomo [la personalità geniale del moderno].
Ciò diviene evidente nella sua forma più radicalmente opposta: l’uomo della massa. Il termine non vuole qui indicare nulla di peggiorativo, ma semplicemente una struttura umana che è legata alla tecnica e alla pianificazione. […] [La massa moderna] si colloca a priori […] nella legge di normalizzazione, ordinata alla forma funzionale della macchina. E un tale carattere essa mantiene anche nei suoi individui più evoluti.
[…] [Questa radicale trasformazione strutturale nell’esperienza dell’io e dei suoi rapporti con gli altri] può avere un duplice significato. O il singolo si riassorbe nella collettività e diviene un semplice soggetto di funzioni […], ovvero l’individuo si adatta a queste grandi strutture di vita e di lavoro e rinuncia ad una libertà di movimento e di iniziativa creatrice, che non è più possibile. Ma lo fa per concentrarsi nel suo intimo io e per salvare anzitutto ciò che è essenziale. […]
Ed anzitutto: in che cosa consiste il fatto umano essenziale? Nell’essere persona. Nell’essere chiamati da Dio; e perciò capaci di rispondere di sé e di intervenire nella realtà in virtù di una forza interiore, capace di stabilire un cominciamento. […]
Per quanto strano possa apparire, quella stessa massa che porta in sé il pericolo di essere completamente dominata e sfruttata, ha anche in se stessa la possibilità di condurre la persona ad una maturità piena. In realtà ci sono qui compiti che noi appena possiamo sospettare; compiti di una liberazione interiore, di un’ascesi che procede dall’intimo, di un irrigidimento contro tutte le forze anonime che crescono smisurate[3].

La sfida della città postmoderna risiede proprio qua: essa può essere l’occasione di una liberazione verso la persona, verso il nocciolo incandescente dell’umano. E in questo senso, si potrebbe superare lo stallo del ricorso  ad un modello già dato, ad una risposta circa se sesso che l’uomo ha già elaborato in altre condizioni, all’interno di un altro destino dell’essere.
L’analisi non potrà che partire dall’uomo, e dall’osservazione di ciò che ne promuove o ne ostacola la realizzazione. Non si tratta di tralasciare un’“essenza” dell’uomo, che sarebbe più un’interpretazione contingente e storica che egli ha fornito di se stesso, per risalire ad un’essenza “più essenziale”, per così dire. L’intento per una risposta che si sforzi di raccogliere il guanto della sfida della postmodernità è ricercare le condizioni nelle quali l’uomo possa realizzare se stesso in un orizzonte di autenticità, a partire dal quale sia poi in grado di interpretarsi in diverse soluzioni, di proporsi a se stesso in molteplici “occasioni”, ognuna delle quali sarà legittimata dal fatto di essere sì un’interpretazione fra le possibili, ma un’interpretazione autentica[4].
La città è dunque il luogo concreto della liberazione offerta dalla postmodernità. Ma libertà da che cosa, verso dove?


[1] F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, op. cit.
[2] Cfr G. Vattimo, Il soggetto e la maschera, op. cit.
[3] R. Guardini, La fine dell’epoca moderna, op. cit., pp. 59-66.
[4] Si pensi in un orizzonte cristiano alla legittimità tanto del “modello” tardoantico di cristiano, quanto di quello medievale, legittimità garantita dalla realizzazione dell’mano come risposta autentica ad orizzonti ed occasioni diversi.

Nessun commento:

Posta un commento